La mia prima gara di triathlon

Qualche domenica fa, ho partecipato alla mia prima gara di triathlon: lo sprint di Pinerolo. Partito di casa la mattina, in compagnia di due compagni di squadra (il veterano Ricky Castelli e il giovane triatleta Elio Luce), raggiungo la zona di partenza verso le 11.00.

Le sensazioni del pre-gara non sono delle migliori: sono pervaso da un leggero ma persistente stato di ansia, accompagnato da una stanchezza e da un sonno che non mi fa smettere di sbadigliare: la convinzione di aver riposato male la notte prima mi demoralizza, pensando alla prestazione che a causa della stanchezza sarà certamente al di sotto delle mie capacità ‘limite’. In effetti l’ansia da prestazione mi aveva accompagnato durante i primissimi mesi di allenamento da atleta nella triplice specialità, togliendomi spesso quella serenità che ti permette di andare più lontano, risparmiandoti le indigestioni di allenamento: ma che ci vuoi fare, quando sei un competitivo dalla nascita, certe cose le devi vivere sulla pelle e pagarne il prezzo!
Mi conforta il fatto di essere un triatleta outsider, uno che corre fuori dal coro, uno che si distingue dalla folla: la mia bicicletta vintage in acciaio forgiato, le ruote ondulate perché i copertoni hanno ceduto, la bottiglia di plastica a sostituzione della più pratica e banale borraccia, il folto pelo che ricopre gambe e petto  (avete ragione, accanto al Peru sembro  pur sempre un imberbe adolescente...), scavano una distanza abissale tra me e il triatleta medio: quello della bici da triathlon ultimo modello, quello della dieta dissociata, differenziata, iperproteica, Dukan, quello dell’integratore, del gel di maltodestrine, quello del ‘io giro i 100 in 1’10”, quello dell’elastico sugli attacchi della bici o delle scarpe con le spighette che non serve farci in nodi. L’evidenza del contrasto, stridente, tra il mio approccio alla gara (e assieme al mio, di quello degli sparuti principianti che con me condividono questa esperienza) e quello dei veterani mi basta a rilassarmi un momentino: davanti a questa sfilata di corpi glabri, a queste biciclette iperspaziali, a questa esibizione di muscoli e tecnicismo, mi sembra già un miracolo l’essere presente e il poter dire con sicurezza, ‘vada come vada, farò la mia bella gara’.
E poi c’è la gara, la piscina, l’ultima batteria, l’ultima corsia, il ‘dulcis in fundo’. E poi ci sono le trenta vasche, le seicento bracciate, prima agili e potenti, poi dopo pochissimo pesanti e trascinate. C’è la fila ordinata di atleti, che a breve si trasforma in un’orda di tonni affannati che si superano, si scontrano, si graffiano e si scalciano. E poi gli schizzi, le onde, i doppiaggi, le boccate di acqua e cloro. E poi, nella mente e nelle gambe, la nebbia. Non ne hai più, ma Ricky è lì a dieci metri e non puoi lasciarlo scappare: cerchi di alleggerire la bracciata e tieni duro. Ti spremi le meningi per ricordare il numero di vasche già percorse, o tiri ad indovinare quante vasche mancheranno. Sei, forse otto. Qualcuno ti dirà quando sarà l’ora di uscire dalla vasca. Nuoti quattro vasche ancora nell’affanno, poi una voce, proveniente dal mondo delle cose che sono asciutte: ‘ultime due’ sembra ti dica. Afferri il messaggio (ce l’aveva con te o con quell’altro qui dietro? Che si fotta, io al prossimo giro esco comunque) e spingi quanto puoi per gli ultimi cinquanta metri. Ricordi per un attimo gli atleti della batteria precedente: di come hai riso al vederli uscire di piscina, rotolandosi goffi come delle grasse foche che emergano dall’oceano sul pack artico. Ridi facendo le ultime bracciate, ma ti verrebbe da piangere, appena a bordo vasca vai in trazione sulle braccia, e ti rendi conto che tu sei il più grasso dei trichechi, e che le braccia ti reggono solo per opera dello Spirito Santo mentre emergi dalle acque.
Ma la gara è uno sprint, e negli sprint non si rifiata. Quindi via di corsa verso la zona cambio, verso la bicicletta, verso il piacevole e riposante ‘stare in scia e recuperare le energie per la frazione di corsa’. Un’illusione. Salgo in sella ancora col fiatone, qualche atleta avanti pochi metri, mi dico ‘ecco degli ottimi compagni di fuga, mo’ faccio il parassita e gli ciuccio la scia’. Incastro il pedale destro all’attacco, ora tocca il sinistro: alla prima non va; cilecca anche alla seconda; mi concentro un po’ e finalmente alla terza riesco a bloccare il maledetto piede nel pedale. Alzo la testa: non c’è più nessuno. Sono solo, solo e disilluso. E pedalo. In bocca la sensazione di avere un tappeto persiano: prendo la bottiglia, la apro con i denti (michia ma almeno una borraccia potevo procurarmela!) bevo.
La forza di attrito aerodinamico è proporzionale al quadrato della velocità, e com’è noto è a carico di chi tira il gruppo, mentre chi sta dietro gode della depressione e dai vortici che si formano e spingono in avanti. Solo nel raggio di chilometri, cerco questi vortici come un oasi nel deserto. Un primo gruppetto mi sfreccia accanto, scatto per mettermi in coda, ma quando sembra fatta le gambe mi abbandonano e cedo. Il contachilometri segna 50km/h: decisamente troppo. Finalmente verso la metà della frazione ciclistica mi aggrego ad un bel gruppetto che viaggia a ritmi sostenibili. L’affanno è soltanto ridotto, perché ogni curva, ogni strappo, ogni tentativo di fuga corrispondono ad uno scatto per recuperare la ruota che mi sta davanti, e ad un dispendio di energia notevole. E quella vigilessa, che invece di darci indicazioni sul percorso da seguire, si faceva i fattacci suoi, facendomi sbagliare strada... Beh insomma, con molto affanno porto a termine i 20 km in bicicletta. Scendo che le gambe sono belle che indolenzite, e mi avvio umilmente alla fase di corsa, conscio di aver speso effettivamente più del previsto. La corsa, specialità dove ho un po’ più di esperienza, fila via senza troppi problemi. Tengo un ritmo di ‘backup’, lontano dal ritmo alla Gebresselasie sognato la notte prima, ma sufficiente per permettermi di scalare qualche posizione, e mi concedo un allungo verso la fine. Taglio il traguardo quasi fermandomi prima dell’arrivo. Sono un po’ frastornato, decisamente poco emozionato, disilluso.
Poi rivedo i compagni di squadra che mi fanno i complimenti, vedo tante altre persone arrivare dopo di me, molto più depilati e molto più tecnici; vedo che ho concluso la mia prima gara di triathlon senza intoppi, sbagliando poco, con i mezzi che mi sono stati concessi. Poi ripenso che fino a tre mesi prima non facevo che correre per conto mio, nuotare per conto mio, sognare qualcosa come quel giorno. Penso anche: che sciocco a rovinarti la festa, oggi è un gran bel giorno, ti meriti un po’ di soddisfazione. Penso a Elio, che assieme a me quel giorno ha concluso la sua prima gara, pur avendo trenta e passa anni più di me, dimostrando una grande forza di volontà. A Ricky, che mi ha battuto com’era giusto che fosse, perché ha sì i suoi cinquant’anni, ma un cuore grande così e diversi ironman sul curriculum. Ed è bello partecipare alla soddisfazione per il suo primo podio da triatleta.
 E così, Maurizio mi ha chiesto di scrivere due righe e io ho scritto due pagine. Pago il mio essere un tipo taciturno con la prolissità nella scrittura. Ma le righe più importanti sono queste (il resto lo puoi tagliare...): la morale di questa storia, è che la mia esperienza nel triathlon sarebbe forse già finita se non avessi trovato un gruppo di persone veramente in gamba, che mi hanno coccolato e accolto, fornito di bicicletta, muta, casco, accompagnato in allenamenti di bici, corsa e nuoto, dato strappi in macchina a me che fino a ieri mi muovevo solo a piedi o in barca, mangiato e bevuto con me pizza e birre, storpiato il mio accento veneziano... Mi fermo qui per non cadere nel patetico:  grazie, Triteam Savigliano!

Francesco Scarpa